IMAGO DEI
"perchè Dio ha fatto l'uomo a sua immagine" (Genesi 9:6)

Viviamo in un mondo che ha grandi difficoltà ad assumersi sino in fondo la responsabilità delle proprie scelte e delle proprie azioni. In realtà è un problema ancestrale, forse tipicamente o meglio patologicamente umano – basti pensare ai nostri progenitori, Dio disse: “«Chi ti ha mostrato che eri nudo? Hai forse mangiato del frutto dell'albero, che ti avevo comandato di non mangiare?» L'uomo rispose: «La donna che tu mi hai messa accanto, è lei che mi ha dato del frutto dell'albero, e io ne ho mangiato». Dio il SIGNORE disse alla donna: «Perché hai fatto questo?» La donna rispose: «Il serpente mi ha ingannata e io ne ho mangiato».” (Genesi 3:11-13)
In ogni comunità [communitas], sacra o secolare che sia, nello svolgersi delle relazioni, prima o poi si ingerano conflitti che spesso non si ha la voglia o la forza di ricomporre. La via d’uscita più facile, ovviamente, non è l’assunzione di proprie responsabilità, ma la denuncia, spesso gridata e violenta, delle responsabilità altrui. Nel 1998, il filosofo italiano Roberto Esposito ha pubblicato un libro con il nome di Communitas. In questo libro da un’interpretazione di Comunità sulla base della etimologia della parola: “Essa [la Comunità] non è una proprietà, né un territorio da separare e difendere da coloro che non ne fanno parte, ma un vuoto, un debito, un dono nei confronti degli altri, che ci richiama nello stesso tempo alla nostra costitutiva alterità anche da noi stessi” [Roberto Esposito, Communitas. L’origine e il destino della Comunità; Torino, Einaudi Editore, 2006]
Come cambierebbero le situazioni se riuscissimo per un attimo a mettere da parte il nostro ego e ci facessimo promotori di soluzioni, diventassimo costruttori di ponti, operatori di pace, rigeneratori di relazioni. Come sarebbe meraviglioso essere in ogni comunità un aiuto invece di un ostacolo, un collaboratore invece di un separatista, scopritori di talenti invece di promotori della proprie ragioni e vedute.
La soluzione più facile per molti è alternativamente (o contemporaneamente) fuggire o aggredire gettando fango sull’altro, ma dovremmo prendere in esame la possibilità di rigenerare le relazioni e se non è possibile, per ragioni oggettive, provare a comprendere le ragioni del
prossimo, senza necessariamente condividerle. In altre parole essere veramente cristiani, uomini e donne ad immagine di Dio. Avere una visione della vita e del servizio cristiani che partono e si esauriscono in Cristo Gesù. L’apostolo Paolo credo intendesse questo quando scrivendo ai Filippesi disse: “Abbiate in voi lo stesso sentimento che è stato anche in Cristo Gesù, il quale, pur essendo in forma di Dio, non considerò l'essere uguale a Dio qualcosa a cui aggrapparsi gelosamente, ma spogliò sé stesso, prendendo forma di servo, divenendo simile agli uomini; trovato esteriormente come un uomo, umiliò sé stesso, facendosi ubbidiente fino alla morte, e alla morte di croce. Perciò Dio lo ha sovranamente innalzato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni nome…”. Invece a noi piace essere innalzati, elogiati, riconosciuti, essere considerati i migliori, o comunque non inferiori agli altri. Mi viene in mente un articolo di Katherine Britton su Filippesi 2:5-7 in cui scrive: “L’umiltà dimostrata da Gesù nell’Incarnazione è solo una delle ragioni che dovrebbe suscitare in noi un tale timore misto ad ammirazione. L’Incarnazione restituisce dignità ad una umanità oppressa. Tuttavia l’Incarnazione ha richiesto anche un sacrificio indescrivibile.” [Britton K., The Humility of Being Human; Crosswalk.com News & Culture Editor, 15/12/2010]
Cercasi urgentemente uomini ad immagine di Dio!
Per qualcuno tutto ciò è irrealizzabile qui sulla terra, cioè siamo destinati a convivere con la mediocrità o la sufficienza.
Credo che oggi abbiamo bisogno tutti di rispolverare il nostro dizionario spirituale e andare a rileggere la definizione di responsabilità cristiana. Limitiamoci a ciò che riporta un dizionario ‘terrestre’ alla voce ‘responsabilità’:
1. obbligo di rispondere del proprio o altrui operato
2. consapevolezza della portata delle proprie azioni.
Non credo che questo modo di agire sia irrealizzabile, forse richiederà tempo, sacrificio e determinazione, ma a questo siamo stati chiamati. “Ma voi siete una stirpe eletta, un sacerdozio regale, una gente santa, un popolo che Dio si è acquistato, perché proclamiate le virtù di colui che vi ha chiamati dalle tenebre alla sua luce meravigliosa; voi, che prima non eravate un popolo, ma ora siete il popolo di Dio; voi, che non avevate ottenuto misericordia, ma ora avete ottenuto misericordia.” (1Pietro 2) Siamo stati chiamati a vivere, ogni giorno, concretamente, l’immagine di Dio, che ci fregiamo, a volte indegnamente, di portare. “Perché è una grazia se qualcuno sopporta, per motivo di coscienza dinanzi a Dio, sofferenze che si subiscono ingiustamente. Infatti, che vanto c'è se voi sopportate pazientemente quando siete malmenati per le vostre mancanze? Ma se soffrite perché avete agito bene, e lo sopportate pazientemente, questa è una grazia davanti a Dio. Infatti a questo siete stati chiamati, poiché anche Cristo ha sofferto per voi, lasciandovi un esempio, perché seguiate le sue orme. Egli non commise peccato e nella sua bocca non si è trovato inganno. Oltraggiato, non rendeva gli oltraggi; soffrendo, non minacciava, ma si rimetteva a colui che giudica giustamente; egli ha portato i nostri peccati nel suo corpo, sul legno della croce, affinché, morti al peccato, vivessimo per la giustizia, e mediante le sue lividure siete stati guariti. Poiché eravate erranti come pecore, ma ora siete tornati al pastore e guardiano delle vostre anime.” (1Pietro 2) Un cuore pulsante per Dio avrà questo anelito continuo e costante nel suo cuore.
Concludo col riportare un articolo molto interessante, il quale dovrebbe farci riflettere, tutti:
“Noi siamo responsabili di tutto ciò che accade. Si. Può sembrare un’affermazione forte, cruda, qualcuno magari, leggendola penserà di non essere d’accordo. Eppure è proprio così. Spetta a noi, e a nessun altro prendersi la responsabilità delle cose.
Ma cosa vuol dire esattamente prendersi la responsabilità? Essere responsabili vuol dire letteralmente essere capaci di rispondere in maniera “abile”, appropriata a qualsiasi evento. Responsabile non significa colpevole, ma capace di agire in maniera efficace.
Essere responsabili significa chiedersi sempre “Cosa posso fare io per affrontare al meglio questa situazione?”; significa scegliere i propri pensieri, le proprie azioni, e non vivere in balia degli eventi, lasciando che il proprio stato d’animo sia determinato da fattori esterni, o che alibi, scuse e giustificazioni ci impediscano di agire.
Spesso rovesciamo sugli altri le colpe di ciò che non va, o l’onere di provvedere al cambiamento. Puntiamo il dito sugli altri senza prima guardare con onestà dentro di noi, iniziando a cambiare noi per primi. Ci lamentiamo del traffico impazzito delle nostre città, del’inquinamento, dell’economia, dello stress, della salute… Ma cosa facciamo concretamente noi ogni giorno? Poco o nulla. Anche quando facciamo (o ci sembra di fare) tanto, chiediamoci sempre se c’è qualcosa di più o di diverso che possiamo fare. Spetta a noi cambiare le cose… Vogliamo un mondo migliore, iniziamo ad essere noi un pochino migliori” [Annunziata Giovanni, Responsabilità, in Piùchepuoi.it, 08/11/2006]
Mi domando: se il comune senso umano comprende queste verità, chi possiede – o afferma di possedere – il senso delle cose divine non dovrebbe comprenderle e realizzarle? Altrimenti qual è la differenza?
Citarella Paolo





